mercoledì, 20 febbraio 2019

LE MOTTE A CASTELLO DI GODEGO E SAN MARTINO DI LUPARI
Altri punti di vista.

CASISTICA DI ERRORI IN ARCHEOASTRONOMIA di Giovanni Lupato, Mario Codebò
testi originali su http://www.archaeoastronomy.it/casistica_errori_archeoastronomia.htm

Girando in rete ho trovato queste considerazioni sull'origine delle Motte e mi permetto di portarle a conoscenza di chi ci segue. Ugo Gazzola

ARCHEOASTRONOMIA LIGUSTICA
Pubblicato in Atti del VII Seminario A.L.S.S.A. di Archeoastronomia, Genova 24/04/2004.

CASISTICA DI ERRORI IN ARCHEOASTRONOMIA - 1
Giovanni Lupato
Presenterò oggi una relazione su una mia indagine di stampo scettico, conclusasi lo scorso anno e riguardante le tesi archeoastronomiche concernenti il Veneto. Inizierò con una breve premessa per poi entrare nel vivo del resoconto del mio lavoro.

Credo che le tesi di cui proporrò ora la confutazione abbiano avuto una loro grande importanza e positività per l’entusiasmo che hanno indotto nei confronti dell’archeoastronomia in Italia a partire dai primi anni ‘80, e perché hanno dato l’impulso iniziale e lo stimolo a ricerche sistematiche in questo settore. Se ora queste teorie vanno a cadere, ritengo che ne rimanga comunque qualcosa di utile in merito al metodo di misurazioni molto precise col teodolite e soprattutto alla comprensione che, in un ambito difficile come quello dell’archeoastronomia, è utile una prudenza non solo predicata da un singolo, ma anche messa realmente in pratica con il confronto e la discussione. Solo dalla discussione può emergere l’oggettività e solo il confronto, a volte serrato, può finalmente dare il credito definitivo in una materia difficilmente falsificabile come l’archeoastronomia. Credo inoltre che in qualsiasi ambito di attività umana si possa muovere un ricercatore, che per lui sia utile la conoscenza dei possibili errori. La stessa casistica di errori, finalmente conosciuti e catalogati, può rappresentare un’utile conoscenza per chi si cimenti in un campo di ricerca che è caratterizzato da molte insidie.

A livello di metodo mi sono servito molto schematicamente, in una prima fase, del cosiddetto “Rasoio di Ockham”, ho cioè cercato di valutare se le spiegazioni date erano le più semplici e ragionevoli. Questa prima discriminante porta a riconoscere se una tesi può essere o non essere verosimile. In una seconda fase ho sottoposto la stessa teoria a una falsificazione, seguendo le indicazioni di Popper. In alcuni casi ci sono riuscito producendo documenti storici in antitesi con la teoria archeoastromica. In questo caso rimango naturalmente disponibile al contraddittorio: una falsificazione può essere a sua volta falsificata, e in pratica chi vuol continuare a sostenere una tesi confutata da un documento oggettivo può solo cercare di produrne un altro. A fronte di una prova documentale non sono ammessi richiami a princìpi d’autorità o fumose congetture. Non sono un missionario e non mi posso far carico di cercare di convincere chi adotta schemi che rifiutano di riconoscere documentazioni oggettive.

Un’ultima osservazione: le confutazioni che proporrò non possono essere generalizzate ad altre ricerche di archeoastronomia: si vedrà in seguito quali errori nascono dall’uso di una logica induttiva, e non si vuole certamente ripercorrere lo stesso schema negativo.

A metà degli anni ‘80 del secolo scorso, veniva reso noto che il Veneto era disseminato di osservatori solstiziali di epoca preistorica spesso di dimensioni ciclopiche e dalla costruzione e tracciamento addirittura sofisticato ed affascinante. Si distinguevano soprattutto tre esempi: un sistema di quattro terrapieni a Biadene, un grande recinto quadrangolare a Castello di Godego, un terrapieno a ferro di cavallo a Veronella. Altre “opere” erano da ritenersi minori e derivavano concettualmente da queste.

Già mi aveva colpito la mancanza più totale di riferimenti astronomici nelle opere fittili o metalliche che potevano essere coeve ad una civiltà potenzialmente tanto evoluta e organizzata da poter costruire tremila anni fa opere tanto imponenti: ad esempio ad Este, in tutte le sale del museo dedicato in buona parte ai paleoveneti ricordo di aver cercato assolutamente a vuoto simbolismi astronomici. Mi meravigliava inoltre che notizie tanto sensazionali non fossero state divulgate col massimo risalto. Ma le mie osservazioni di stampo scettico cominciavano a prendere consistenza quando mi accorgevo, che perlomeno due degli allineamenti proposti a Biadene potevano avere una spiegazione ben più semplice della serie dei quattro osservatori solari: i terrapieni erano infatti disposti a due a due sulle ripe del paleoalveo del Piave: erano le stesse ripe ad avere un naturale allineamento solstiziale, e se in una qualsiasi epoca si fossero costruiti dei punti di osservazione sul pianoro sottostante, questi avrebbero avuto forzatamente un allineamento astronomico.

In un’altra occasione mi ero recato a Castello di Godego con Patrick Moore: mentre spiegavo a questi la serie degli allineamenti della struttura, mi accorgevo che egli osservava e fotografava solo un piccolo terrapieno a margine dei grandi aggeri: il grande divulgatore inglese non pareva prendere nemmeno in considerazione che una struttura di quelle dimensione e in tale stato risalisse all’Età del Bronzo.



1. Le Motte di Castello di Godego.

A questo punto iniziava la mia indagine proprio dalle Motte di Castello di Godego (fig.1): a cavallo del 1980, in una grande struttura quadrangolare originaria di quattro argini lunghi ciascuno circa 230 metri (attualmente ne esistono tre), ci si era accorti di una buona precisione dei loro orientamenti astronomici (equinoziali e solstiziali), per cui si era ipotizzato che la struttura fosse un grande osservatorio solare. Ritrovamenti archeologici attorno al 1985 avevano fatto datare la struttura all’Età del Bronzo. Inoltre la stessa struttura era orientata diversamente dalla centuriazione romana ancora ben visibile nella zona circostante (siamo vicini alla via Postumia), e il diverso orientamento delle Motte rispetto alla centuriazione aveva fatto supporre che i romani avessero rispettato una costruzione sacra preesistente. Esisteva una altro particolare non di poca importanza: si nota nella fotografia una stradina che ha lo stesso orientamento di due argini della struttura, e per coerenza (e sopravvivenza dell’ipotesi archeoastronomica) si era supposto che tale stradina dovesse essere coeva al grande osservatorio solare.

A questo punto, (con un ulteriore dubbio: non mi erano noti altri esempi in cui i romani, nel tracciamento di una loro centuriazione, avessero rispettato un monumento preesistente), prendevo in mano la carta topografica della zona. Dalla tavoletta IGM (fig.2) risultava immediatamente evidente che l’orientamento solstiziale delle Motte si ripeteva anche in altri particolari limitrofi, strade e canali. Lo stesso confine tra le province di Padova e Treviso, si sovrapponeva alla stradina di cui sopra, naturalmente con lo stesso orientamento. Tale orientamento è quello della linea di displuvio e di massima pendenza (riscontreremo questa coincidenza in quasi tutti i siti “archeoastronomici” del Veneto). Inoltre si trovavano nella stessa cartina altri argini nel bel mezzo della campagna. La mia attenzione andava allora alle caratteristiche orografiche della zona, che offre caratteristiche ben precise: situata poco a monte della fascia di risorgiva, tale zona storicamente soffriva di cronica mancanza d’acqua e allo stesso tempo era soggetta a improvvise e violente inondazioni dal vicino fiume Brenta (brentane).

Iniziava allora la mia perlustrazione diretta; a poca distanza dalle Motte fotografavo questi due grandi terrapieni (fig.3) che erano serviti per la realizzazione di una peschiera di pertinenza di una villa veneta. Un altro terrapieno (fig.4) serviva ad alzare il livello di un piccolo canale in corrispondenza di un mulino (con funzione di sega idraulica) ancora di epoca veneziana. All’incrocio della “stradina” con la via Postumia fotografavo un capitello (fig. fuori testo, a richiesta), ancora una volta databile al 18° secolo. Cosa ci faceva un simbolo cristiano all’incrocio tra una strada romana e una via “preistorica”? Mi sembrava un anacronismo. L’innesto della stessa stradina con l’argine di nord-ovest delle Motte mi rivelava che si trattava in realtà di una canaletta, con tanto di chiusa (fig.5). Mi chiedevo allora se la stessa “stradina preistorica” non potesse essere stata in realtà nient’altro che una canaletta scavata nel 18° secolo e poi parzialmente interrata. Con questo interrogativo mi recavo a colpo sicuro all’Archivio di Stato di Treviso dove chiedevo una documentazione sulle canalizzazioni del 18° secolo. Mi veniva consegnato un libro sulla Podesteria di Castelfranco Veneto dove trovavo la riproduzione di una grande tavola veneziana della seconda metà del 18° secolo (fig.6; le dimensioni originali sono di circa cm. 230 x 220), in cui sono rappresentate, con fine dettaglio (la scala corrisponde all’incirca a 1:6500) le derivazioni delle rogge dal fiume Brenta. Si trattava di evidenziare le singole derivazioni per rispondere alle richieste d’acqua per irrigazione da parte dei proprietari dei beni incolti (iniziava la coltivazione del mais, e si accenna a voler realizzare qualche risaia), e veniva disegnato lo stato di fatto (fig. 7) proprio in funzione ai nuovi interventi da realizzare.

Questa mappa è estremamente importante perché raffigura le Motte nel 18° secolo e la loro pianta ha forma ovale e non quadrangolare. La stessa stradina vista sopra, è un corso d’acqua, derivante dalla Roggia Moranda: ha con un corso molto diverso da quello rettilineo e attuale e all’interno delle Motte il suo corso è addirittura sinuoso. Mi recavo all’archivio di Stato di Venezia dove fotografavo in particolare l’originale (fig. 8). Le Motte (cui in questa mappa viene data origine medievale) poco dopo la metà del 18° secolo avevano forma ovale, e decade quindi del tutto l’ipotesi archeoastronomica per il semplice fatto che la attuale forma quadrangolare è risultato di lavori seguenti a tale epoca e risalenti probabilmente alla fine dello stesso secolo. (Chi vuole continuare a sostenere la tesi di partenza dovrebbe cercare di produrre un documento storico, possibilmente di grande dimensione e fine dettaglio, che la dimostri). Da un altro testo (fig.9) trovavo un’altra piccola raffigurazione delle Motte, che seppure schematicamente rappresenta un cerchiolino. Ma a parte la mappa veneziana vista in precedenza esistevano molti indizi che dovevano portare ad escludere la tesi archeoastronomica.

In primo luogo non si capisce come un terrapieno alto al più quattro metri potesse essere utilizzato per visualizzare l’orizzonte in un luogo dove la ricerca bioarcheologica ha dimostrato esisteva una foresta di querce e faggi, alberi di cui dobbiamo supporre un’altezza di una trentina di metri. In secondo luogo in direzione nord-ovest la visuale incontra i rilievi dell’Altipiano di Asiago, per cui il tramonto del Sole al solstizio estivo risulta spostato di diversi gradi rispetto a quanto ipotizzato (!). I singoli argini (fig.10) non si congiungono fra loro con un angolo preciso, come ci si dovrebbe aspettare da un osservatorio costruito per un fine preciso, ma con un raggio di curvatura di diverse decine di metri.

Una mappa del 1900 (fig.11) del geologo Tellini (importante perché mostra quattro lati della struttura, anziché tre), mostra le Motte già con pianta attuale (la stessa forma è documentata nel catasto austriaco della metà dell’800), ma si nota, che mentre gli allineamenti sud-est nord-ovest rientrano nel margine di errore di 3° previsto nella tesi, gli allineamenti sud-ovest nord-est differiscono di ben 8° e questo non sembra corrispondere a un criterio sufficientemente restrittivo. Nella stessa tavola si nota un altro particolare: sul lato di sud est si notano vari tumuli di terreno, quasi che l’argine corrispondente non sia mai stato completato (forse i lavori si interruppero per la campagna napoleonica del 1797).

Durante lo scavo del 1985 si sono evidenziati lavori di rinforzo dell’argine, con pali infissi nel terreno e tavole unite orizzontalmente. Ci si chiede come sia possibile non considerare che anche nell’Età del Bronzo doveva esistere il senso di economicità del lavoro: perché tagliare tavoloni con i poco adatti strumenti dell’epoca quando si era all’interno di un territorio che, come documentato, era ricchissimo di legname?

Veniamo infine all’errore più grande. Sin dagli anni Settanta era nota l’esistenza di un abitato dell’Età del Bronzo appena all’esterno dell’area in cui si sarebbero costruiti i grandi argini. Tale abitato era tangente alla zona centrale dell’argine di nord est (fig.12). Dove si svolte le campagne di scavo a metà degli anni ’80, e finalizzate a datare le Motte? Ebbene, su un perimetro totale di circa 930 metri le due campagne di scavo si sono svolte entrambe nel punto di contatto del (conosciuto) abitato preistorico con tale argine, ovvero nella zona in cui i ritrovamenti dell’Età del Bronzo erano più probabili, e in un certo senso avrebbero inquinato la datazione stessa. Con un criterio dettato da maggior prudenza, forse si poteva scavare in qualsiasi altra zona della grande struttura, ma certamente non proprio lì.
Qui allora si rileva come sia importante per l’archeoastronomo, suggerire all’archeologo o allo studioso di storia locale, di cercare di contrastare le proprie tesi: solo così alla fine ne usciranno (eventualmente) rinforzate. Non bisogna chiedere la verifica, ma occorre chiedere la (forse ben più difficile) falsificazione.
A titolo di cronaca, per mostrare la bontà della mappa settecentesca qui prodotta, si rileva come, esattamente nel luogo dove la stessa mappa mostrava la canaletta all’interno delle Motte, gli scavi archeologici hanno messo in luce un “silos canaliforme”.

ARCHEOASTRONOMIA ANTISCIENTIFICA

Giovanni Lupato



Avendo da poco scritto una relazione sulla “Casistica di errori in archeoastronomia” (in allegato), in cui ho analizzato e falsificato alcuni esempi di teorie ipotizzate per il Veneto, con particolare riguardo per i terrapieni di Veronella e Castello di Godego, ed essendomi giunto nei giorni scorsi un libro su questi due siti, in cui mi sembra di notare un notevole regresso rispetto a quanto acquisito, mi sento (purtroppo per il tempo che vado a perdere) in dovere di esternare la mia posizione.

Il testo in questione è “Accampamenti Romani nel Veneto”, di Francesco Vitale, (CLEUP, Padova 2004), e in esso si avanza la tesi che i due siti abbiano ospitato accampamenti Romani. Ora, non ho nulla in contrario all’ipotesi di questo tipo di utilizzo (il dosso ellittico di origine fluviale di Veronella si sarebbe senz’altro dimostrato adatto allo scopo, e a Castello di Godego si può riscontrare dalla cartografia che il terrapieno (originario) di forma ovale era stato usato come luogo di acquartieramento da Ezzelino da Romano, e varie ipotesi lo fanno risalire al Tardo Impero Romano), ma ciò con cui non posso proprio concordare è che Vitale pretende che tali luoghi siano rimasti immutati nel corso dei secoli, e questo in contrasto con i documenti storici.

A Castello di Godego, Vitale trascura un importante e dettagliato documento del Settecento, che mostra una coeva forma ovale (per cui la trasformazione nell’attuale forma a losanga quadrangolare risale all’ultimo decennio di tale secolo).
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Ma dove Vitale cade in modo irrecuperabile è nel rispetto del tutto inesistente per i documenti storici, e in modo particolare quando essi danno testimonianze diverse dalle sue aspettative. Vitale non pubblica l’immagine di un importante estratto di una mappa tecnica Veneziana che mostra le Motte di Castello di Godego di forma ovale anziché quadrangolare. Tuttavia cita tale disegno e ne parla testualmente così (pag.65):

“Il compilatore della mappa delle Motte si limitò a guardare la cinta arginata da lontano, forse senza nemmeno percorrere la stradina. Evidentemente nel Settecento tutti i cartografi svolgevano la loro attività indossando abiti eleganti ed evitavano perciò con cura di sporcarsi gli stivali”.

Oltretutto Vitale si intestardisce qui con una stradina che ritiene antichissima, che però penso proprio che all’epoca non esistesse ancora. L’elegante cartografo Veneziano, che aveva il compito di disegnare lo stato di fatto della rete di rogge destinate all’irrigazione della zona (perché era in progetto il rifacimento di tale rete per assecondare le domande idriche delle varie tenute), aveva tracciato al posto di tale stradina una complessa trama di canali (riconoscibili ancora nelle attuali tavolette IGM). Anche all’interno delle Motte, lo stesso elegante signore aveva disegnato un corso d’acqua (derivato dal Condotto Moranda), proprio qui dal corso sinuoso ed irregolare.
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Sono certo che con il tempo e la rilettura, Vitale si rimetterà presto dal suo incidente di percorso, credo tuttavia che tale incidente sia imputabile non tanto a Lui personalmente, ma piuttosto a un clima culturale generale, in cui, per ragioni estranee al corretto procedere scientifico, il contraddittorio è stato bandito. Ritengo purtroppo che lavori come questo siano ancora prodotti, perché è mancato un dibattito, che si poteva promuovere ancora qualche anno or sono. Ricordo che tale dibattito sui risultati e sul metodo è stato ostacolato e censurato addirittura all’interno di una Associazione come l’Unione Astrofili Italiani. Spero che i responsabili della stessa Unione, essendo oltretutto anche “Responsabili” di nome, in sintonia con la definizione dello Zingarelli , diano finalmente ragione del loro comportamento e delle conseguenze che ne derivano.

La seguente non è una provocazione gratuita, ma un interrogativo profondo.

Mi chiedo con quale credibilità l’UAI si muova contro l’astrologia, quando difende e si rende di fatto promotrice di un’archeoastronomia così antiscientifica. Qual è la discriminante tra la prima e la seconda, quando ambedue essenzialmente eludono la risposta alla falsificazione?
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Ritengo che non ci si possa lamentare poi se gli archeologi non prendono in seria considerazione queste teorie: di fronte a casi come questi, hanno perfettamente ragione.

Sono sinceramente dispiaciuto di quanto ho dovuto scrivere, ma, anche alla luce del lavoro impegnativo che ho svolto, lo ritengo doveroso seppur triste.

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